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Recensione de "Terroni" di Lisa Sforza: il peso delle radici e il coraggio di ricominciare

Titolo: Terroni
Autrice: Lisa Sforza
Genere: Narrativa, romanzo familiare

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Ci sono partenze che non finiscono quando si arriva a destinazione. Si continua a partire per anni, portandosi dietro i luoghi abbandonati, le persone lasciate e quella sensazione di non appartenere mai completamente al posto in cui si vive. È questo il sentimento che attraversa Terroni, romanzo di Lisa Sforza che racconta l'emigrazione dal Sud al Nord attraverso gli occhi di una ragazzina.

Siamo nel 1959. Elisa ha dodici anni quando il padre, professore di filosofia e storia, decide di lasciare Salerno e trasferire la famiglia a Milano, nella speranza di costruirsi un futuro economicamente migliore. Il viaggio avviene a bordo di una Fiat Millecento blu, guidata da un uomo poco esperto al volante ma assolutamente convinto delle proprie decisioni.

La scena dell'arrivo a Milano è tra le più riuscite del libro. La famiglia si perde nel traffico, il padre fatica a orientarsi e finisce per seguire un tram nella speranza di raggiungere la casa dei parenti. C'è persino una certa comicità in questa situazione, ma sotto la superficie si avverte lo spaesamento di chi entra in un mondo completamente diverso da quello conosciuto.

Per Elisa il trasferimento rappresenta soprattutto una perdita. Salerno è il mare, gli amici del rione, la libertà di giocare per strada, il paesaggio familiare osservato dal balcone. Milano, almeno inizialmente, è fatta di palazzi grigi, nebbia, rumore e persone diffidenti.

Ed è proprio qui che entra in gioco il titolo del romanzo. Terroni è la parola con cui vengono identificati i meridionali, spesso senza alcuna distinzione. Sforza riesce a raccontare il pregiudizio attraverso piccoli episodi quotidiani, come quello della parrucchiera che rimprovera Elisa per aver utilizzato un'espressione tipica della sua terra. Una mortificazione apparentemente insignificante, che però rivela quanto possa essere difficile sentirsi accettati quando persino il proprio modo di parlare viene considerato sbagliato.

Il romanzo, tuttavia, non si limita alla discriminazione. È anche una storia familiare, nella quale acquistano particolare importanza le figure femminili. Nina, madre colta e determinata, rappresenta un modello di indipendenza in un'epoca che concedeva ancora poco spazio alle donne. Zia Raffaella porta nella Milano industriale il calore delle tradizioni meridionali, mentre Jolanda offre a Elisa l'esempio di una donna emancipata, capace di costruire un rapporto più paritario con il marito.

Attraverso questi personaggi si delinea il percorso di crescita della protagonista, che progressivamente impara a trovare il proprio posto in una città inizialmente rifiutata.

La scrittura di Sforza è ricca di immagini, ricordi e dettagli della vita quotidiana. Le descrizioni di Salerno sono particolarmente evocative e restituiscono il legame profondo tra la protagonista e la sua terra.

Non sempre, però, la narrazione mantiene lo stesso equilibrio. Alcune digressioni rallentano il ritmo e il continuo ritorno ai temi della nostalgia e delle radici finisce talvolta per risultare ripetitivo. Si avverte, in certi passaggi, che il desiderio di conservare la memoria prevale sulle esigenze della costruzione romanzesca.

È probabilmente il limite principale del libro, ma anche una conseguenza della sua natura fortemente autobiografica.

L'aspetto che considero più interessante è che Sforza non costruisce una contrapposizione semplicistica tra un Sud accogliente e un Nord ostile. Milano, inizialmente percepita come un luogo estraneo, diventa col tempo una città di opportunità, incontri e crescita personale.

Elisa finisce per comprendere che amare le proprie origini non significa necessariamente dovervi tornare e che costruire una nuova vita non equivale a dimenticare quella precedente.

Terroni è dunque soprattutto un romanzo sull'identità, più che sull'emigrazione in senso stretto. Una storia nella quale le vicende individuali permettono di osservare anche i cambiamenti sociali dell'Italia del dopoguerra.

Non è un libro che punta sui colpi di scena, ma sulla forza dei ricordi. E sono proprio alcuni piccoli momenti, più delle riflessioni esplicite, a rimanere impressi: la Millecento blu che attraversa l'Italia, una bambina mortificata per una parola pronunciata diversamente, una cucina che profuma ancora di Sud.

Una lettura che consiglierei a chi ama le storie familiari e la narrativa della memoria, ma anche a chi vuole osservare da una prospettiva intima una stagione importante della storia italiana.

Perché il senso più profondo di Terroni sta forse nella consapevolezza che si può appartenere a più luoghi contemporaneamente. E che le radici, invece di trattenerci, possono continuare ad accompagnarci ovunque decidiamo di andare.


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